Pazienza nel Vovinam: noi eravamo abituati ad aspettare
Come si rispecchia nello sport la poca abitudine ad aspettare delle nuove generazioni?
Sono cresciuti diversamente. E non è colpa loro. Sta a noi cercare di far capire quanto sia importante godersi quello che si ha, vivere ciò che si sta facendo e non pensare continuamente a quello che ci sarà dopo.
A volte ci cadiamo anche noi. La differenza è che spesso noi ci rendiamo conto che stiamo sbagliando. Per loro, invece, tutto questo è diventato quasi la normalità.
La prendo larga, ma il punto è proprio questo.
Noi aspettavamo. Ed era normale
Da bambini guardavamo la TV. Guardavamo i cartoni animati, un telefilm — sì, una volta le serie TV si chiamavano così — vedevamo una o due puntate e poi dovevamo aspettare una settimana per sapere come sarebbe andata avanti.
E cresceva l’attesa. Cresceva la curiosità.
Succedeva anche con le cose che volevamo comprare. Andavi in un negozio, quello che cercavi non c’era e ti dicevano che sarebbe arrivato magari dopo due settimane. E aspettavi, spesso con trepidazione.
Non sto parlando necessariamente di cinquant’anni fa. Basta tornare indietro anche “solo” di vent’anni.
Oggi siamo abituati ad avere quasi tutto immediatamente. Un film, una serie intera, un acquisto, un’informazione. E questa abitudine inevitabilmente entra anche nella palestra.
La pazienza nel Vovinam
Quando andavamo in palestra, il Maestro ci mostrava le tecniche, ma nella stragrande maggioranza delle lezioni ci allenavamo su quello che già sapevamo. Anche se era poco.
Ci veniva insegnato un pezzettino di qualcosa e quel pezzettino lo ripassavamo in palestra, a casa, di nuovo in palestra. Lo imparavamo davvero.
Poi, quando al Maestro girava, aggiungeva un altro pezzo.
Tanto mica scappavamo. Prima o poi lo avremmo finito.
Nessuno chiedeva continuamente di andare avanti. Nessuno chiedeva: “Possiamo vedere il pezzo dopo?” oppure “Lo finiamo oggi?”.
Ci andava bene così.
E se volevamo vedere un Quyền completo dovevamo avere la fortuna di osservare qualcuno più alto in grado durante una gara o un’esibizione.
Se eri ancora più fortunato, magari possedevi una videocamera VHS e riuscivi anche a registrarlo.
Altrimenti rimaneva tutto nei tuoi pensieri.
E il cervello lavorava: cercavi di ricordare ogni movimento, ogni passo, ogni piccolo dettaglio.
Oggi, invece, se mostro mezzo Quyền o una parte di qualsiasi altro programma, dopo dieci minuti non è raro sentirmi chiedere:
“ANDIAMO AVANTI?”
La colpa non è loro
E qui voglio essere molto chiaro.
La colpa non è loro.
La responsabilità, almeno in parte, è nostra.
Non siamo stati capaci di portare avanti fino in fondo un pensiero e un metodo. Probabilmente non aveva senso mantenere un sistema rigido come quello di tanti anni fa, ma avremmo potuto trovare una via di mezzo.
Invece ci siamo abbastanza velocemente adattati al desiderio di vedere subito che cosa viene dopo, senza riflettere abbastanza sulle conseguenze.
Ora tornare completamente indietro sarebbe difficile.
Qualche correzione possiamo farla, certo. Ma se per anni abbiamo abituato un allievo a imparare velocemente un programma, diventa complicato dirgli improvvisamente:
“Da oggi questo Quyền te lo insegno in due mesi.”
Io posso dire che con i giovanissimi tendo ancora a utilizzare maggiormente il vecchio metodo. Con i più grandi, ormai, molto meno.
Ma imparare significa davvero sapere tutto?
Questa è forse la domanda più importante.
Sto cercando di introdurre nelle mie lezioni alcuni metodi diversi. La prima cosa che voglio far comprendere è che, quando non mostriamo immediatamente tutta una tecnica, non è perché vogliamo nascondere qualche misterioso segreto del Vovinam o tenerci qualcosa per noi.
Lo facciamo per loro.
Non sempre è semplice farlo comprendere, ma credo sia fondamentale trasmettere questo principio.
Imparare una tecnica intera in pochissimo tempo significa riempire il cervello di informazioni. Informazioni che riusciamo ad elaborare solo in parte.
In quel momento il nostro obiettivo diventa soprattutto uno:
ricordare la sequenza.
Ma ricordare non significa necessariamente avere imparato.
Possiamo magari eseguire una tecnica dall’inizio alla fine, ma non abbiamo ancora compreso realmente ciò che stiamo facendo. E soprattutto non la stiamo ancora vivendo.
Sapere una tecnica non significa averla fatta propria
A cosa porta tutto questo?
Molto spesso a dimenticare.
Se quella tecnica non diventerà un programma di gara, oppure qualcosa che saremo costretti a ripetere frequentemente per un esame o un’altra occasione particolare, con il tempo la perderemo.
Il vecchio metodo, invece, aveva almeno un grande vantaggio: permetteva di immagazzinare la tecnica in maniera profonda, portandola lentamente nella memoria cerebrale e nella memoria muscolare.
L’esempio migliore sono proprio i bambini.
Durante le loro lezioni ripetono alcune parti del programma tantissime volte, perché a loro non insegniamo centinaia di tecniche tutte insieme.
E se proseguiranno il loro percorso, molto probabilmente quelle cose non le dimenticheranno più.
Con gli adulti e con i programmi più avanzati accade spesso il contrario. Si studia una tecnica complessa magari in vista di un esame, la si utilizza per quella particolare occasione e, se successivamente non viene più allenata, lentamente scompare.
Sarà perché è più difficile. Sarà perché viene praticata meno. Sarà perché nel frattempo dobbiamo imparare altro.
Ma succede.
Quindi abbiamo sbagliato?
Forse sì.
Ma non completamente.
Ci siamo dovuti adattare al periodo nel quale viviamo. Abbiamo scelto di seguire maggiormente il passo degli allievi invece di obbligare loro a seguire esclusivamente il nostro.
E secondo me, almeno in parte, è corretto.
Anche noi insegnanti dobbiamo adattarci ai tempi. Non possiamo pensare che un metodo utilizzato trenta o quarant’anni fa debba necessariamente funzionare allo stesso modo oggi.
Probabilmente, però, avremmo dovuto tenere la corda un po’ più corta.
Accompagnare questo cambiamento in maniera più graduale.
Invece, a un certo punto, abbiamo lasciato andare molto e oggi stiamo cercando di recuperare qualcosa.
Non conta quante cose impariamo
Io ci provo.
Continuerò a provarci nelle mie lezioni, cercando soprattutto di far comprendere una cosa:
Il progresso nella nostra pratica non è dato da quante cose impariamo, ma da come le impariamo.
Vedere qualcosa di nuovo è bello. Imparare una tecnica nuova entusiasma. Terminare un Quyền dà soddisfazione.
Ma dovremmo riuscire nuovamente ad apprezzare anche il percorso che ci porta fino a quel momento.
Aspettare.
Ripetere.
Sbagliare.
Correggere.
E poi ripetere ancora.
Forse recuperare un po’ della pazienza nel Vovinam può aiutarci non soltanto a diventare praticanti migliori, ma anche a goderci maggiormente ciò che facciamo.
Per chi vuole conoscere più da vicino la nostra disciplina può approfondire il Vovinam Viet Vo Dao oppure consultare i nostri corsi di Vovinam a Milano.
Che sia un buon inizio per tutti per una nuova, spettacolare stagione di Vovinam.
Buona ripresa!
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