Sicurezza nelle arti marziali durante un allenamento di Vovinam
Vo Duong Gorla Milano

Sicurezza nelle arti marziali: troppa ci rende meno sicuri?

Notizie 30 Settembre 2026

Troppa sicurezza ci rende meno sicuri?

Può sembrare un controsenso, ma se analizziamo bene alcuni aspetti della nostra vita quotidiana e della pratica marziale, la domanda non è poi così assurda.

È un argomento che voglio riportare soprattutto al Vovinam, ma che secondo me riguarda molto più in generale il modo in cui affrontiamo le difficoltà, il rischio e la responsabilità personale.

Chi vi scrive è nato nel 1973. In quegli anni, e per molto tempo ancora, ci si preoccupava sicuramente meno della sicurezza delle persone, bambini o adulti che fossero. Vivevamo in un mondo diverso da quello di oggi, ma il fatto di dover affrontare più direttamente le difficoltà e, in alcuni casi, anche il “pericolo”, ci rendeva forse più consapevoli di ciò che stavamo facendo.

Proteggere o insegnare a proteggersi?

Negli anni ho già espresso il mio disappunto verso una pratica dell’arte marziale eccessivamente protetta. E quando parlo di “protezione” non mi riferisco soltanto alle protezioni che indossiamo, ma anche al modo in cui viene proposta l’attività: continuare a dire di fare tutto con calma, di stare attenti, di non rischiare mai.

Per carità: da insegnante è giusto mettere in guardia gli allievi, fare in modo che lavorino in sicurezza e ridurre il più possibile il rischio di infortunio. Ma credo che il vero obiettivo debba essere insegnare loro a gestire la sicurezza, non proteggerli sempre noi da tutto.

LA SICUREZZA NON È SOLO PROTEZIONE.
È CONSAPEVOLEZZA.

Capire il rischio significa imparare a gestirlo.

Oggi guidiamo auto che fanno sempre più cose al posto nostro, abbiamo applicazioni che ci aiutano praticamente in tutto e non ricordiamo quasi più nemmeno un numero di telefono. Siamo circondati da sistemi che cercano di proteggerci e semplificarci la vita.

Tutto questo è utile, ma può farci credere di vivere dentro una specie di bolla di vetro indistruttibile. Il problema è che il mondo reale, fuori da quella bolla, continua a essere molto diverso.

Quando ho iniziato a praticare

Quando ho iniziato a praticare Vovinam, nel 1989, avevo 15 anni. Facevo combattimento sia in palestra sia in gara con protezioni che, viste con gli occhi di oggi, sembrerebbero quasi ridicole.

Il caschetto proteggeva principalmente la testa dalle cadute, mentre il viso rimaneva scoperto. Nelle arti marziali non si usavano i guantoni di oggi, ma piccoli guantini molto più sottili.

In parte accadeva perché c’era meno scelta, ma c’era anche un’idea molto precisa: l’arte marziale doveva contribuire a formare l’uomo e la donna forti.

Il principio era semplice: i colpi possono arrivare. Se non vuoi farti male, devi imparare a proteggerti, a muoverti e a evitare di prenderli. Allo stesso tempo devi imparare che anche il tuo colpo può fare male all’altro.

In questo senso, la consapevolezza del rischio diventava anche una forma di autocontrollo.

I pugni sul naso fanno male? Bene: impari ad alzare la guardia ed evitare di prenderli. E contemporaneamente capisci che anche il tuo pugno, sul naso dell’altro, può fare male. È proprio questa consapevolezza che dovrebbe impedire di trasformare l’allenamento in un semplice “ammazzarsi di botte”.

La sicurezza è utile, ma deve insegnare qualcosa

Oggi abbiamo le piste ciclabili — e sono una cosa ottima —, gli assistenti virtuali, i sistemi di assistenza alla guida, i corpetti e le grate nel combattimento. Sono strumenti utilissimi.

Il problema nasce quando questi strumenti ci allontanano dalla realtà invece di prepararci ad affrontarla, soprattutto se nessuno ci insegna cosa fare quando usciamo dalla nostra “comfort zone”.

Andare in bicicletta su una pista ciclabile è sicuramente più sicuro, ma bisogna sapere come comportarsi anche quando la pista ciclabile non c’è. Io ho percorso chilometri per Milano quando le piste erano pochissime: ho dovuto imparare a guardare le auto, capire i loro movimenti e conoscere il codice della strada.

Allo stesso modo, un’auto piena di sistemi di sicurezza è un vantaggio enorme. Ma chi guida deve comunque saper guidare anche quando un computer di bordo non gli segnala un pedone, non gli riconosce un cartello e non frena al posto suo.

La tecnologia deve aiutarci, non sostituire completamente la nostra attenzione.

La stessa cosa vale nel combattimento

Un corpetto o una protezione per il viso sono strumenti utili. Ma se pratico un’arte marziale devo anche imparare che cosa significa ricevere un calcio o un pugno sul corpo, non soltanto contro una grata o una protezione rigida.

Questo non significa che sia necessario farsi male. Significa prendere coscienza di ciò che si sta facendo.

Nelle mie lezioni di combattimento raramente faccio utilizzare tutte le protezioni contemporaneamente. Preferisco partire dal minimo necessario per allenarsi in modo controllato: guanti, conchiglia e, in base al lavoro proposto, le altre protezioni.

Le protezioni per gambe e piedi, per esempio, non devono necessariamente essere utilizzate in ogni esercizio.

Ci si fa male? Non se ci si allena bene, con controllo, gradualità e sotto la guida dell’insegnante.

Se so che il mio piede non è completamente protetto, imparo anche a gestire meglio la tecnica e a non tirare inutilmente troppo forte. Di conseguenza, il colpo che arriva al mio compagno sarà più controllato. Se il viso è esposto, imparo naturalmente a coprirlo, perché essere colpiti sul naso fa male.

Per me è anche questo che la pratica di un’arte marziale deve insegnare: controllo, responsabilità e consapevolezza.

Quando le protezioni diventano necessarie

Il discorso cambia quando un atleta deve prepararsi per una competizione.

Se il regolamento di gara prevede determinate protezioni, è giusto utilizzarle anche in allenamento per abituarsi. Inoltre, avvicinandosi alla gara, le protezioni diventano ancora più importanti perché l’atleta deve potersi allenare intensamente riducendo al minimo il rischio di infortunarsi prima di una prestazione importante.

In questo caso la protezione ha una funzione precisa e coerente con l’obiettivo dell’allenamento.

Il combattimento nei ragazzi tra i 9 e i 13 anni

Un esempio ancora più evidente riguarda gli atleti più giovani.

Tra i 9 e i 13 anni bambini e ragazzi iniziano progressivamente a sperimentare il combattimento. A quell’età la percezione del rischio, sia per sé sia per gli altri, è ancora in formazione.

Nella mia esperienza, alcuni ragazzi hanno una forte voglia di confrontarsi, mettersi alla prova e vedere “chi è più forte”. Il combattimento diventa inevitabilmente uno dei momenti in cui questa tendenza può emergere.

Quando li copro completamente di protezioni, a volte smettono di combattere tecnicamente e iniziano semplicemente a picchiarsi. E uso volutamente questa parola, perché in quel momento non stanno davvero facendo combattimento: stanno cercando di dimostrare chi è più forte.

La sensazione di essere completamente protetti li porta a percepire meno le conseguenze delle proprie azioni.

Quando invece propongo un combattimento leggero con il minimo indispensabile di protezioni, l’atteggiamento cambia. Sia chi è più timoroso sia chi tende a tirare troppo forte si rende conto che i colpi possono essere percepiti.

E a quel punto scatta un ragionamento molto semplice: “Se può fare male a me, allora anche io posso fare male a lui o a lei.”

È proprio lì che inizia a svilupparsi l’autocontrollo.

L’autocontrollo deve naturalmente essere spiegato e insegnato dall’istruttore, ma quando viene anche sperimentato direttamente diventa molto più facile comprenderlo.

IL PUNTO

Proteggere non significa eliminare ogni difficoltà. Significa insegnare ad affrontarla con strumenti, tecnica, controllo e responsabilità.

I “leoni da tastiera” e la distanza dalle conseguenze

Pensiamo anche ai cosiddetti “leoni da tastiera”.

Una volta, se volevi dire qualcosa a qualcuno, molto spesso dovevi dirgliela direttamente e assumerti la responsabilità della reazione che le tue parole avrebbero potuto provocare.

Oggi è molto più facile insultare, giudicare o provocare restando dietro a uno schermo. Molte persone dicono online cose che probabilmente non direbbero mai faccia a faccia e, quando lo fanno dal vivo, possono perfino rimanere sorprese dalle conseguenze che le loro parole generano.

Anche qui il principio, secondo me, è simile: quando eliminiamo completamente la percezione delle conseguenze, rischiamo di perdere una parte della nostra capacità di valutare ciò che facciamo.

Affrontare le difficoltà per imparare a vivere

La vita va vissuta bene, ma ci mette alla prova ogni giorno.

Non possiamo evitare tutte queste prove sperando che non si ripresentino, perché prima o poi torneranno sotto un’altra forma.

Dobbiamo imparare ad affrontarle.

Questo non significa cercare inutilmente il rischio, né rifiutare gli strumenti che possono proteggerci. Significa non permettere alla protezione di sostituire completamente la nostra capacità di capire, scegliere, reagire e assumerci la responsabilità di ciò che facciamo.

Per me anche questo fa parte del valore educativo di un’arte marziale.

Buona pratica.

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