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Gran Maestro Lê Sáng: tredici anni nei campi di rieducazione

Notizie 17 Luglio 2026

Il Gran Maestro Lê Sáng durante gli anni più difficili della sua vita. Dopo la conclusione della guerra del Vietnam nel 1975, il futuro Patriarca del Vovinam trascorse lunghi anni nei campi di rieducazione e detenzione.

Quella esperienza è raccontata in una testimonianza attribuita a Vu Ánh, che condivise con lui parte della prigionia. Non è soltanto il racconto di condizioni durissime, ma soprattutto il ritratto di un uomo che, anche nella privazione della libertà, continuò a vivere secondo i principi del Vovinam Viet Vo Dao.

Nel racconto emergono la disciplina del Gran Maestro, la meditazione, la forza mentale e la capacità di trasmettere agli altri detenuti una prospettiva rivolta al futuro. Una pagina particolarmente importante per comprendere la figura di Gran Maestro Lê Sáng oltre il suo ruolo tecnico nella storia del Vovinam.

La prigionia dopo la guerra del Vietnam

Secondo la testimonianza di Vu Ánh, nel 1975 molte persone legate al Vietnam del Sud furono inviate nei cosiddetti centri di rieducazione. L’anno successivo l’autore racconta di essere stato trasferito nella prigione di Chí Hòa, dove incontrò nuovamente il Gran Maestro Lê Sáng.

La cella ospitava numerosi detenuti provenienti da ambienti molto diversi: esponenti politici, militari, religiosi, intellettuali e anche praticanti di arti marziali. Le condizioni erano estremamente difficili, aggravate dal sovraffollamento e, nel 1976, da una grave epidemia di scabbia.

È proprio all’interno di questo ambiente che il comportamento di Lê Sáng colpì profondamente i compagni di prigionia.

1975–1988

Tredici anni che raccontano la forza di un Maestro

Prigione, isolamento, lavoro forzato e privazioni non impedirono a Lê Sáng di continuare a coltivare disciplina, dignità e forza mentale.

Cách Mạng Tâm Thân
La trasformazione, o “rivoluzione”, del corpo e della mente fu uno dei concetti che il Gran Maestro continuò a trasmettere anche durante la prigionia.

La forza mentale prima della tecnica

Vu Ánh ricorda Lê Sáng come un uomo riservato, capace di trascorrere lunghi periodi in silenzio e meditazione. La pratica fisica delle arti marziali doveva naturalmente essere nascosta alle guardie, ma questo non impediva al Maestro di continuare il proprio allenamento interiore.

Quando parlava di Vovinam agli altri detenuti, secondo il racconto non insisteva tanto sulle tecniche quanto sugli aspetti mentali, filosofici e umani dell’arte marziale.

Uno dei concetti che tornava frequentemente era quello del Cách Mạng Tâm Thân, espressione collegata alla trasformazione del corpo e della mente. In una situazione nella quale fame, paura e incertezza facevano parte della vita quotidiana, la forza mentale diventava per lui uno strumento essenziale per continuare a vivere e guardare al futuro.

Un Maestro anche in prigionia

La testimonianza descrive un Lê Sáng autorevole ma mai aggressivo. Anche nelle situazioni più difficili avrebbe mantenuto un modo di parlare calmo, preciso e rispettoso.

Era inoltre un uomo di grande cultura e particolarmente interessato alla poesia. Nei momenti concessi ai detenuti recitava versi e raccontava episodi della letteratura e delle grandi saghe tradizionali orientali. Per chi viveva quotidianamente fame e privazioni, quei momenti diventavano una breve possibilità di allontanarsi mentalmente dalla realtà del campo.

La figura del Gran Maestro acquisì così una particolare autorevolezza tra gli altri prigionieri, non attraverso la forza fisica, ma attraverso il comportamento e la capacità di mantenere una propria disciplina interiore.

Il trasferimento ad Hàm Tân

All’inizio del 1977 diversi detenuti furono trasferiti al campo Hàm Tân Z-30C. Vu Ánh racconta che Lê Sáng fu assegnato allo stesso gruppo di lavoro e che, dopo alcuni mesi, venne anche sottoposto a isolamento.

Un episodio ricordato nella testimonianza riguarda la lunga barba del Maestro. Le autorità del campo avrebbero tentato di costringerlo a tagliarla. Lê Sáng non reagì con violenza e sostenne semplicemente di non aver violato alcuna regola. Dopo un periodo di pressioni, la questione venne infine abbandonata.

La sua reputazione di Maestro di arti marziali provocava inoltre una particolare attenzione da parte delle guardie. Proprio per evitare qualsiasi possibile provocazione, Lê Sáng avrebbe mantenuto un comportamento estremamente prudente nei movimenti e durante il lavoro.

«Ho studiato le arti marziali per la formazione mentale»

Uno degli episodi più significativi riportati da Vu Ánh riguarda alcuni funzionari che avrebbero chiesto a Lê Sáng di dimostrare le proprie capacità affrontando un combattimento.

Il Gran Maestro rifiutò. La sua risposta, nel ricordo dell’autore, esprime perfettamente la concezione che aveva dell’arte marziale: non uno strumento per dimostrare superiorità, ma un mezzo di formazione della persona.

«Ho studiato le arti marziali per la formazione mentale e non per le competizioni.»

GRAN MAESTRO LÊ SÁNG

Gli anni nel campo A-20

Tra i passaggi più duri della testimonianza vi è il trasferimento verso il campo A-20 Xuân Phước, descritto come un luogo caratterizzato da disciplina severissima, fame, lavoro pesante e scarsità di cure mediche.

Secondo Vu Ánh, Lê Sáng venne nuovamente posto in isolamento. Il motivo non sarebbe stato una specifica violazione delle regole, ma l’influenza e il rispetto che aveva conquistato tra gli altri detenuti.

Il Maestro condivideva ciò che possedeva, incoraggiava gli altri e cercava di aiutarli a conservare forza fisica e lucidità. Anche dopo lunghi periodi di isolamento, il racconto lo descrive indebolito nel fisico ma ancora determinato.

Restare vivi per essere utili alla società

Uno dei messaggi più significativi ricordati dall’autore arrivò quando la sua salute era ormai fortemente compromessa. Lê Sáng lo invitò a proteggersi e a resistere, perché sarebbe stato necessario sopravvivere per poter tornare, un giorno, a essere utili alla società.

Lo stesso pensiero gli sarebbe stato fatto arrivare nuovamente anche in seguito, mentre i due uomini si trovavano separati.

È un’affermazione che riassume bene il senso attribuito dal Maestro alla pratica: la forza personale non come fine a sé stessa, ma come capacità di costruire qualcosa anche per gli altri.

Il ritorno al Vovinam

Dopo la liberazione, Vu Ánh racconta di avere incontrato nuovamente Lê Sáng presso il Tổ Đường di via Sư Vạn Hạnh, a Hồ Chí Minh City.

Il luogo simbolico della Scuola stava tornando a vivere e praticanti provenienti dal Vietnam e dall’estero visitavano nuovamente il Gran Maestro.

Anche dopo quanto aveva vissuto, Lê Sáng continuava a parlare del Cách Mạng Tâm Thân e dei valori umani del Viet Vo Dao. La testimonianza sottolinea inoltre come non mostrasse desiderio di vendetta verso coloro che lo avevano imprigionato.

L’eredità del Gran Maestro Lê Sáng

Gli anni della prigionia rappresentano soltanto una parte della lunga vita del Gran Maestro, ma permettono di comprendere perché la sua figura abbia assunto un significato così profondo nella storia del Vovinam.

Lê Sáng non fu soltanto il successore del Fondatore Nguyễn Lộc e una delle figure fondamentali nello sviluppo tecnico e organizzativo della Scuola. La sua esperienza personale mostra anche quanto i principi del Viet Vo Dao potessero diventare, per lui, strumenti concreti con cui affrontare le situazioni più difficili.

Disciplina, dignità, resistenza, cultura e capacità di pensare al futuro sono gli elementi che emergono dal ricordo dei suoi compagni.

Per approfondire la sua storia puoi leggere la nostra pagina dedicata al Gran Maestro Lê Sáng oppure conoscere la storia e i principi del Vovinam Viet Vo Dao.

Nota sulla fonte
Questo articolo ripercorre una testimonianza personale attribuita a Vu Ánh, pubblicata in relazione alla memoria del Gran Maestro Lê Sáng. Gli episodi della prigionia qui descritti sono pertanto presentati come ricordi e testimonianze dell’autore.

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