Gran Maestro Lê Sáng: tredici anni nei campi di rieducazione
17 Luglio 2026 by
Vo Duong Gorla
Il Gran Maestro Lê Sáng durante gli anni più difficili della sua vita
Nel 1975, dopo la fine della guerra del Vietnam, fui inviato, come molte altre persone del Vietnam del Sud, in un centro di rieducazione.
Nel 1976, dopo essere stato trasferito da una cella di isolamento della prigione di Chí Hòa alla cella numero 14 del settore ED, ebbi finalmente l’occasione di rivedere il Gran Maestro Lê Sáng, una delle figure più importanti nella storia del Vovinam Việt Võ Đạo.
In quella cella erano detenuti circa sessanta prigionieri, molti dei quali considerati personalità di particolare rilievo dal nuovo governo vietnamita.
Tra loro vi erano l’ex primo ministro della Repubblica del Vietnam Phan Huy Quát e suo figlio Phan Huy Anh, un ex viceambasciatore del Vietnam del Sud in Corea del Sud, il sacerdote cattolico Trần Hữu Thanh, conosciuto per il suo impegno contro la corruzione, e il maestro giapponese di arti marziali Suzuki, naturalizzato vietnamita e specializzato nell’insegnamento del Karate presso l’Accademia nazionale di polizia e l’esercito della Repubblica del Vietnam.
Nella cella si trovavano anche il presidente del Partito socialdemocratico Phan Bá Cam, il direttore d’azienda Nguyễn Phan, Lưu Nhật Thang, editore di una rivista in lingua cinese di Chợ Lớn, Tám Mộng, indicato come uno dei responsabili delle forze rivoluzionarie legate al movimento buddhista Hòa Hảo, e Nguyễn Thế Thông, all’epoca noto insegnante di inglese a Saigon.
In quel luogo affollato e soffocante, il Gran Maestro Lê Sáng si distingueva per la sua calma, la dignità e una straordinaria forza interiore.
L’epidemia di scabbia nella prigione di Chí Hòa
Nel 1976 una grave epidemia di scabbia si diffuse nelle carceri di Chí Hòa, colpendo in modo particolare i detenuti della cella 14 del settore ED.
Le condizioni igieniche erano terribili. L’infezione si propagava rapidamente e danneggiava la pelle in maniera così grave da poter contribuire alla morte dei prigionieri più deboli. Una delle prime vittime dell’epidemia fu Son Ngọc Thành, ex primo ministro della Cambogia.
Il Maestro Lê Sáng fu uno dei detenuti meno colpiti. Presentava alcune lesioni alle dita delle mani e dei piedi, ma le sue condizioni erano migliori rispetto a quelle della maggior parte degli altri prigionieri.
Tra noi si diceva, quasi scherzando, che persino la scabbia sembrasse rispettarlo e che lo avesse risparmiato per la sua forza e la sua dignità.
Eravamo così numerosi e il caldo era talmente intenso che, durante la notte, Lưu Nhật Thang arrivava ad addormentarsi in piedi, appoggiato contro una parete.
Il Gran Maestro Lê Sáng, invece, sedeva sul proprio tappeto e meditava, mantenendo una respirazione lenta e regolare. Doveva però fare molta attenzione a non essere visto dalle guardie.
In quel periodo, infatti, essere scoperti mentre si praticava un’arte marziale poteva causare seri problemi.











Gli insegnamenti del Vovinam in carcere
Il Maestro Lê Sáng parlava raramente. Trascorreva molto tempo seduto in silenzio, meditando e fumando la sua pipa di bambù.
Nonostante la sorveglianza e le terribili condizioni della prigionia, trovava comunque il modo di spiegare a noi giovani detenuti politici i principi dell’arte marziale della quale era Gran Maestro.
Non si soffermava quasi mai sulle tecniche di combattimento. Preferiva parlare dell’aspetto mentale, filosofico e umano del Vovinam Việt Võ Đạo.
Uno dei concetti che ripeteva più spesso era quello di Cách Mạng Tâm Thân, espressione che può essere tradotta come “rivoluzione del corpo e della mente”.
Attraverso questo principio cercava di aiutarci a conservare la lucidità, a proteggere la nostra salute mentale e a continuare a guardare verso il futuro.
Il Gran Maestro diceva spesso:
“In questa prigione siamo costantemente affamati e le nostre famiglie non possono portarci il nutrimento di cui avremmo bisogno. Dobbiamo imparare a sopravvivere grazie alla nostra forza mentale. Il cibo viene dopo.”
Naturalmente era molto più facile pronunciare quelle parole che metterle in pratica. Tuttavia, osservando il suo comportamento, cominciammo a credere davvero nei suoi insegnamenti.
Nonostante la fame e le privazioni, il suo portamento rimaneva vigoroso. La lunga barba gli conferiva un aspetto imponente, mentre il sorriso luminoso e gli occhi intensi trasmettevano serenità e determinazione.
Parlava sempre in modo chiaro, preciso e misurato. La sua voce era forte ma, allo stesso tempo, gentile.
Riusciva a conservare la propria educazione persino quando doveva rispondere alle domande provocatorie o offensive delle guardie. Attraverso il suo esempio personale ci dimostrava concretamente il valore dell’allenamento mentale.
La cultura e la poesia del Gran Maestro Lê Sáng
Il Gran Maestro Lê Sáng era un uomo molto colto e nutriva una particolare passione per la poesia.
Durante la sera recitava spesso dei componimenti. Per noi era un enorme piacere ascoltare il poema “Hồ Trường”. Molti detenuti non riuscivano a trattenere le lacrime.
Raccontava storie solo occasionalmente, ma quando parlava delle saghe di arti marziali dello scrittore Kim Dung, conosciuto anche come Louis Cha, oppure degli episodi dell’epoca cinese dei Tre Regni, tutti i prigionieri lo ascoltavano con grande attenzione.
Per qualche momento riuscivamo a dimenticare la fame, il caldo e le difficoltà della detenzione.
La cella era così piccola che ogni movimento dei prigionieri più conosciuti veniva immediatamente notato.
Ogni mattina, per esempio, l’ex viceambasciatore in Corea del Sud sistemava con cura la propria uniforme da detenuto, si avvicinava all’ex primo ministro Phan Huy Quát, gli stringeva la mano e si inchinava. I due si salutavano e si chiedevano reciprocamente informazioni sulla salute.
Osservando quella scena, il Gran Maestro Lê Sáng disse:
“Siamo fortunati. Anche in questo periodo di caos e follia, gli occupanti di questa cella continuano a mostrare qualche segno di civiltà.”
Il trasferimento al campo Hàm Tân Z-30C
Nei primi mesi del 1977 fummo trasferiti nel campo di Hàm Tân Z-30C.
Le guardie incatenavano normalmente cinque persone insieme alle caviglie, fissandole successivamente ai sedili dell’autobus.
Ricordo molto bene il primo gruppo destinato al trasferimento. Ne facevano parte il Maestro Lê Sáng, Phan Bá Cam, il giornalista Lâm Tường Dũ, Đoàn Bá Phu, ex tenente dei paracadutisti, e io.
Una volta arrivati ad Hàm Tân, il Maestro Lê Sáng e noi altri fummo assegnati allo stesso gruppo di lavoro.
Dopo alcuni mesi, il Gran Maestro venne rinchiuso in una cella di isolamento e incatenato. Non aveva violato alcuna regola: il problema era la sua lunga barba.
Il responsabile della sicurezza del campo, conosciuto con il nome di Tý, gli disse che soltanto “suo zio”, riferendosi a Ho Chí Minh, poteva portare una barba di quel tipo.
Fece quindi chiamare un detenuto che lavorava come barbiere.
Il Maestro Lê Sáng rispose con grande calma:
“Se il responsabile vuole tagliare la mia barba, sia così. Tuttavia, non ho violato nessuna regola del campo. Vi ringrazio di ricordarlo.”
Rimase immobile e silenzioso, forte come una quercia, fissando Tý direttamente negli occhi.
Quando il barbiere si avvicinò, il responsabile cambiò improvvisamente idea e lo fermò. Decise di permettere al Maestro di mantenere la barba, ordinando però alle guardie di procurargli continui problemi fino a quando non avesse scelto spontaneamente di rasarsi.
Le molestie proseguirono per circa due settimane. In seguito, nessun responsabile del campo prestò più attenzione ai capelli o alla barba del Gran Maestro.
La reputazione del Gran Maestro di Vovinam Việt Võ Đạo
Un’altra ragione della diffidenza nei confronti di Lê Sáng era la sua reputazione come Gran Maestro di arti marziali.
Non so che cosa si raccontassero le guardie armate che sorvegliavano i lavoratori, ma nessuna di loro sembrava avere il coraggio di avvicinarsi troppo a lui.
Normalmente, quando un prigioniero doveva parlare con una guardia, segnalare un problema o chiedere il permesso di allontanarsi, era obbligato a mantenere una distanza di almeno cinque metri.
Al Maestro Lê Sáng era stato ordinato di restare ad almeno dieci metri.
Consapevole dei sospetti delle guardie, prestava grande attenzione al modo in cui camminava e si muoveva, per evitare qualsiasi malinteso o provocazione.
Una mattina, mentre eravamo radunati vicino al cancello prima di partire per il lavoro, gli venne ordinato di rimanere nel campo per “lavorare con gli ufficiali”, un’espressione che significava essere sottoposto a interrogatorio.
Quando tornammo a mezzogiorno, gli chiedemmo che cosa fosse successo.
Lui sorrise e rispose:
“Niente di importante. Alcuni miei ex studenti del Nord sono venuti a farmi visita.”
Soltanto molto tempo dopo ci spiegò che le autorità di Hà Nội sapevano perfettamente chi fosse.
Alcuni funzionari gli avevano chiesto di dimostrare le proprie capacità sfidando un’altra persona in combattimento. Il Gran Maestro rifiutò.
Disse di avere studiato le arti marziali per la formazione della mente e del carattere, non per esibirsi in competizioni organizzate dalle autorità. In quanto Gran Maestro, accettare quella sfida avrebbe inoltre violato il codice morale della sua arte.
Il trasferimento nel campo di punizione A-20 Xuân Phước
Nel 1979, mentre ci trovavamo ancora nel campo Hàm Tân Z-30C, fummo trasferiti al settore numero 4.
Questo cambiamento era considerato un segnale particolarmente grave: significava che potevamo essere classificati come detenuti da “rieducare per sempre”.
Eravamo stati inseriti in quella che chiamavamo la “lista della morte”, cioè l’elenco dei prigionieri che, secondo il comandante del centro, non potevano essere rieducati e non avrebbero mai beneficiato di un’amnistia.
Una notte fummo chiamati, incatenati e trasferiti in autobus al campo A-20 di Xuân Phước, un luogo che il Ministero della Sicurezza considerava un’area di punizione.
Il Gran Maestro Lê Sáng rimase in quel terribile campo dal 1980 fino alla fine del 1988.
Circa tre mesi dopo il suo arrivo venne ammanettato e rinchiuso in isolamento. Ancora una volta, non aveva infranto alcuna regola.
La sua vera “colpa” era quella di essere rispettato e amato dagli altri detenuti.
Perché Lê Sáng era rispettato dagli altri prigionieri
Il Gran Maestro trattava ogni persona con rispetto, indipendentemente dal fatto che fosse un detenuto politico oppure un prigioniero comune.
Condivideva il proprio cibo e aiutava gli altri a conservare la forza fisica e mentale necessaria per affrontare le durissime condizioni del campo.
Anche durante gli interrogatori più brutali, non denunciò mai nessun compagno e non pronunciò parole che potessero causare danni ad altri detenuti.
L’obiettivo delle guardie del campo A-20 era spezzare la volontà dei prigionieri ed eliminare ogni possibile forma di resistenza.
I metodi impiegati comprendevano una disciplina estremamente severa, la fame, il lavoro forzato e la quasi totale assenza di cure mediche.
Una delle punizioni considerate meno gravi consisteva nell’essere incatenati per un periodo compreso tra uno e cinque anni, senza poter ricevere visite o incontrare i propri familiari.
Le guardie cercavano inoltre di isolare e distruggere chiunque potesse diventare un punto di riferimento, un simbolo o un eroe per gli altri prigionieri.
Fu per questo motivo che il Gran Maestro Lê Sáng rimase incatenato per circa un anno.
Quando uscì dalla cella di isolamento, la sua salute era evidentemente peggiorata. Tuttavia, la voce rimaneva forte e chiara e i suoi occhi continuavano a essere luminosi.
Il giorno successivo venne subito mandato al lavoro.
La cosa non sembrava preoccuparlo. Disse semplicemente:
“Stare all’aperto è molto meglio per la mia salute.”
In effetti, recuperò le proprie forze con una rapidità sorprendente, attribuendo quel miglioramento all’aria fresca e alla possibilità di muoversi all’esterno.
“Dobbiamo restare in vita per essere utili alla società”
Alcune settimane dopo la liberazione del Maestro dalla cella di isolamento, fui a mia volta incatenato insieme ad altri detenuti.
Non vidi più Lê Sáng fino al 1985, quando finalmente uscii dal settore di detenzione.
Ci incontrammo nuovamente nel settore B del campo A-20, in attesa di un altro trasferimento.
Il Gran Maestro si accorse immediatamente che la mia salute si era deteriorata in modo significativo e mi disse:
“Cercate di proteggere la vostra salute. Dobbiamo restare in vita, tornare a casa ed essere utili alla società.”
Queste parole riassumevano perfettamente il suo insegnamento.
Per Lê Sáng, sopravvivere non significava soltanto salvare sé stessi. Significava prepararsi a tornare nella società per aiutare gli altri e contribuire alla ricostruzione del proprio Paese.
Il trasferimento al campo Z-30A
Poco prima del Natale del 1985 fummo trasferiti al campo Z-30A.
Il trasferimento era collegato a un programma speciale concordato dal governo di Hà Nội con il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nell’ambito delle cosiddette operazioni umanitarie, conosciute con la sigla HO.
Il Gran Maestro Lê Sáng venne rilasciato dal campo Z-30A poco prima di me.
Io e altri detenuti fummo invece trasferiti nella prigione di Phan Đăng Lưu, in attesa di essere processati.
Eravamo accusati di aver creato “Hợp Đoàn”, un giornale clandestino realizzato all’interno del campo A-20. Le accuse furono successivamente abbandonate e venimmo riportati nel campo Z-30A, dove fummo nuovamente rinchiusi in isolamento.
Verso la fine del 1987 ricevetti un messaggio proveniente dall’esterno del carcere:
“Papà Sáng ti ricorda di proteggere la tua salute, per restare in vita ed essere utile alla società.”
Presi molto seriamente quel messaggio e cercai sempre di seguire il suo insegnamento.
Il ritorno al Tổ Đường del Vovinam
Nel 1988, poco dopo la mia liberazione, andai a trovare il Gran Maestro presso il Tổ Đường del Vovinam, in via Sư Vạn Hạnh.
In quel periodo la sede storica del Vovinam era in fase di ristrutturazione, dopo essere rimasta trascurata per molti anni.
Gli studenti provenienti dai Paesi europei e i discepoli di ogni parte del Vietnam arrivavano continuamente per incontrare il Gran Maestro e dimostrargli il proprio rispetto.
Durante la mia visita, Lê Sáng tornò più volte sul concetto di Cách Mạng Tâm Thân, la rivoluzione del corpo e della mente, sottolineando i valori umanitari del Việt Võ Đạo.
Espresse il proprio rammarico per gli anni di giovinezza che molti di noi avevano perduto. Non mostrò però risentimento nei confronti di coloro che avevano vinto la guerra e avevano perseguitato i vietnamiti che avevano servito il precedente regime.
Sosteneva che la storia recente del Vietnam avrebbe dovuto essere riscritta con maggiore dignità, equilibrio e rispetto per tutte le persone coinvolte.
La morte e l’eredità del Gran Maestro Lê Sáng
Il Gran Maestro Lê Sáng morì all’età di 91 anni.
In una fotografia che un amico mi inviò dal Vietnam, vidi che i suoi occhi apparivano ancora più intensi e luminosi di quanto li ricordassi.
Ho scritto queste memorie a nome degli ex prigionieri dei campi di Hàm Tân Z-30C, A-20 e Z-30A, ricordando il tempo trascorso accanto al Gran Maestro del Vovinam Việt Võ Đạo.
Questo scritto vuole essere un saluto rispettoso al mio amato Paese e un omaggio a quello che considero il prigioniero più degno di rispetto durante alcuni degli anni più bui della storia vietnamita.
Per i suoi compagni di prigionia, il Gran Maestro Lê Sáng fu una luce capace di indicare la strada anche nei momenti più difficili.
Dedicò tutta la propria vita al Vovinam Việt Võ Đạo e non si sposò mai. Non gli mancarono però i figli “adottivi”: durante gli anni della prigionia molti di noi lo chiamavano affettuosamente Papà Lê Sáng.
Oggi decine di migliaia di praticanti di Vovinam in tutto il mondo ricordano il Gran Maestro, i suoi insegnamenti e il suo straordinario esempio di forza morale.
Lê Sáng fu un uomo difficilmente sostituibile. La sua scomparsa ha rappresentato una perdita enorme per l’intera comunità internazionale del Vovinam Việt Võ Đạo.
Vu Ánh
Vietnam Herald Magazine
Nota storica
Secondo la testimonianza dell’autore, il Gran Maestro Lê Sáng venne imprigionato dopo la riunificazione del Vietnam, avvenuta nell’aprile del 1975, e rimase detenuto nei cosiddetti campi di rieducazione per circa tredici anni.
Il presente articolo costituisce una testimonianza personale di Vu Ánh e riflette i suoi ricordi, le sue esperienze e il suo punto di vista sugli eventi vissuti durante la detenzione.